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2 giorni fa
Tempo di lettura: 15 min

Una riflessione su proteine, forza, controllo, corpo e sul modo in cui abbiamo imparato a prenderci cura di noi stessi attraverso uno sguardo simbolico, filosofico, antropologico e socio-culturale


Da un po’ di tempo c’è una cosa che osservo nel mondo intorno a me e che mi fa nascere una domanda.

Perché c’è tutta questa smania di proteine?


Proteine a colazione.

Proteine dopo l’allenamento.

Proteine nello yogurt.

Proteine nelle barrette.

Proteine nella pasta.

Proteine nel pane.

Proteine nei dessert.

“High protein”.

“Protein first”.

“Protein goals”.


A un certo punto ho iniziato a chiedermi se dietro questa attenzione ci fosse qualcosa di più di una semplice tendenza nutrizionale.

Non mi interessa demonizzare le proteine.

Sono nutrienti fondamentali e hanno funzioni indispensabili nel nostro organismo.

E non mi interessa nemmeno mettere sotto accusa chi si allena, chi vuole costruire muscolo, chi controlla la propria alimentazione o chi semplicemente cerca di stare bene.

La domanda che mi interessa è un’altra.


Perché proprio la proteina è diventata così presente nel nostro modo di parlare del corpo?


E cosa racconta di noi questa continua ricerca di qualcosa che ci renda più forti, più efficienti, più resistenti, più performanti?

All’inizio pensavo fosse semplicemente una moda.

Poi ho iniziato a guardarla da un’altra angolazione.

E mi sono chiesto se, dentro questa ossessione per la costruzione e il rafforzamento del corpo, non ci fosse anche qualcosa di simbolico.



La proteina come costruzione


La proteina ha una caratteristica interessante.

Nella nostra immaginazione contemporanea è facilmente associata alla costruzione.

Costruire muscolo.

Costruire forza.

Recuperare.

Riparare.

Rinforzare.

Aumentare.

È diventata quasi una materia prima dell’idea di corpo che dobbiamo costruire.


E questa associazione ha anche una storia.

Nel XIX secolo, quando la proteina cominciò ad assumere un ruolo centrale nella nascente scienza della nutrizione, venne fortemente collegata alla costruzione muscolare, alla forza e all’efficienza del corpo. La carne, in particolare, fu presentata come una fonte privilegiata di proteine e venne associata anche alla capacità di sostenere il lavoro industriale e militare. In quel contesto, consumo di carne, forza fisica, mascolinità e persino idee di “civilizzazione” finirono per intrecciarsi.


È interessante pensare che una parte di quell’immaginario sia ancora riconoscibile oggi.

Naturalmente non siamo più nell’Ottocento.

La proteina non è più necessariamente legata alla carne.

Possiamo trovarla nei legumi, nel tofu, nel seitan, negli yogurt vegetali, nelle polveri, nelle barrette, nei burger vegetali.

Ma il significato culturale può sopravvivere alla trasformazione dell’alimento.

La proteina si è quasi separata dal cibo.

È diventata una qualità da cercare.

Una quantità da raggiungere.

Un obiettivo.

E allora mi sono chiesto:


che cosa stiamo cercando di costruire, esattamente?


Ma proteina non significa carne

Per me questo punto è importante.

Proteina non è uguale a carne.

Non voglio costruire l’ennesima opposizione tra alimentazione animale e alimentazione vegetale.

Perché sarebbe troppo semplice.

Anche un’alimentazione completamente vegetale può essere attraversata dallo stesso immaginario.

Burger vegetali “high protein”.

Yogurt vegetali proteici.

Barrette.

Polveri.

Snack.

Pasta proteica.

Seitan.

Prodotti studiati per aumentare l’apporto proteico e sostenere la costruzione del corpo.

E questo è proprio ciò che rende la questione interessante.

Perché significa che forse non stiamo parlando soltanto di cosa mangiamo.

Stiamo parlando del modo attraverso cui guardiamo ciò che mangiamo.

Anche la ricerca storica e contemporanea sulle relazioni tra carne, forza e mascolinità mostra che queste associazioni possono sopravvivere anche quando cambia l’alimento: persino pratiche vegetariane e vegane possono essere inserite dentro immaginari fondati su forza, disciplina, autodeterminazione e costruzione del corpo.


Quindi la domanda non è:

carne o vegetali?

Proteine o carboidrati?

La domanda è:

che cosa stiamo chiedendo al cibo di fare per noi?


Quando la forza diventa un valore


Ed è qui che la mia riflessione ha iniziato a prendere un’altra direzione.

Perché forza, controllo, autonomia, resistenza, disciplina e capacità di dominare ciò che ci circonda sono state storicamente associate anche a un certo modello di maschile.

Non sto parlando degli uomini.

Sto parlando di un immaginario del maschile.

Un maschile nel quale essere forti significa non avere bisogno.

Non cedere.

Non dipendere.

Non mostrare troppo.

Non lasciarsi attraversare.

Controllare.

Dominare.

Resistere.

Produrre.

Portare il peso.

Essere quello che regge.

Questo modello è stato giustamente messo in discussione.

Abbiamo iniziato a riconoscere quanto possa essere distruttivo quando la forza diventa durezza, quando l’autonomia diventa incapacità di chiedere aiuto, quando il controllo diventa dominio, quando la vulnerabilità viene vissuta come una debolezza.

E allora mi sono fatto una domanda che mi sembra più scomoda.


Che cosa succede se alcune di quelle stesse qualità, dopo essere state messe in discussione, tornano da un’altra parte?

Se escono dalla porta e rientrano dalla finestra?


Forse oggi il controllo non si chiama più controllo.

Si chiama monitoraggio.

La disciplina può chiamarsi self-care.

La prestazione può chiamarsi benessere.

La costruzione del corpo può chiamarsi salute.

L’ottimizzazione può chiamarsi consapevolezza.

L’autosufficienza può chiamarsi lavoro su di sé.

E non c’è necessariamente nulla di sbagliato in queste parole.

Il problema arriva quando diventano un imperativo.

Quando devo continuamente controllare il mio corpo per dimostrare a me stesso che me ne sto prendendo cura.

Quando devo sapere quante proteine ho mangiato.

Quanti passi ho fatto.

Quante calorie ho consumato.

Quanto ho dormito.

Quanto ho recuperato.

Quanto mi sono allenato.

Quanto sono migliorato.

Quanto sono forte.

Quanto sono efficiente.


Stiamo davvero superando una certa idea di forza oppure stiamo semplicemente rendendola più sofisticata?



Non è la forza il problema


Non penso che la forza sia un problema.

Non penso che costruire muscoli sia un problema.

Non penso che la disciplina sia un problema.

Non penso che voler essere autonomi sia un problema.

Abbiamo bisogno di forza.

Abbiamo bisogno di struttura.

Abbiamo bisogno di capacità di agire.

Abbiamo bisogno di poterci sostenere.

Il problema nasce quando una qualità diventa la misura di tutte le altre.

Quando la forza diventa superiore alla vulnerabilità.

Quando l’autonomia diventa superiore alla relazione.

Quando il controllo diventa superiore alla capacità di lasciarsi modificare.

Quando la prestazione diventa superiore all’esperienza.

Quando il corpo che funziona bene diventa più importante del corpo che vive.

Forse il problema non è essere forti.

È non riuscire più a concepire la forza senza controllo.


E se il controllo fosse una forma di paura?


Perché forse c’è una contraddizione.

Se ho bisogno di controllare tutto, sono davvero forte?

Oppure sto cercando continuamente di eliminare ciò che potrebbe mettermi in difficoltà?

Il corpo è imprevedibile.

La vita è imprevedibile.

La fame cambia.

Il desiderio cambia.

L’energia cambia.

Il sonno cambia.

Le relazioni cambiano.

Ci ammaliamo.

Invecchiamo.

Perdiamo.

Ci innamoriamo.

Ci separiamo.

Cambiamo idea.

Il corpo cambia anche quando noi non abbiamo deciso di cambiarlo.

E allora forse una parte della cultura contemporanea della performance può essere letta anche come una risposta alla difficoltà di stare dentro ciò che non possiamo governare.

Se non posso controllare la vita, posso almeno controllare il mio corpo.

Se non posso sapere cosa succederà domani, posso controllare cosa mangio oggi.

Se non posso governare il caos, posso governare le calorie.

Se non posso controllare il mondo, posso controllare la percentuale di massa grassa.

È una provocazione, naturalmente.

Non penso che ogni persona che conta le proteine lo faccia per paura.

Ma la domanda mi interessa.

Quanto della nostra ricerca di controllo nasce davvero dalla cura e quanto nasce dal bisogno di sentirci al sicuro?


Forse la vera forza è un’altra cosa


Ed è qui che mi viene in mente qualcosa che riguarda la vita stessa.

In biologia siamo abituati a pensare agli organismi come sistemi capaci di mantenere una certa stabilità.

Ma quella stabilità non significa immobilità.

Un organismo vivo incontra continuamente variazioni dell’ambiente e deve rispondere.

Temperatura.

Disponibilità di cibo.

Stress.

Malattia.

Sforzo.

Cambiamenti.

Imprevisti.

La capacità di adattarsi alla variazione è una componente fondamentale della vita. La biologia evolutiva studia proprio il rapporto fra cambiamento ambientale, plasticità e adattamento; in determinate condizioni, lo stress può aumentare o rendere esprimibile una certa variabilità sulla quale la selezione può agire. Questo non significa che “lo stress fa sempre bene” o che ogni forma di stress produca evoluzione: stress troppo intenso può essere dannoso e alcune condizioni possono persino ridurre la capacità adattativa. (pubmed)


Quindi forse la frase non è:

“Abbiamo bisogno del caos per evolvere.”

È qualcosa di più sottile.

Abbiamo bisogno della capacità di rispondere alla variazione.

E questo mi porta a una domanda che riguarda direttamente il corpo.

Un corpo è forte perché riesce a controllare tutto ciò che gli accade?

Oppure è forte perché riesce a incontrare ciò che accade e a modificarsi senza perdere completamente se stesso?

Sono due idee di forza molto diverse.


Controllo e regolazione

Forse qui c’è una distinzione che mi interessa ancora di più.

Controllare e regolare non sono la stessa cosa.

Il controllo cerca di mantenere una condizione.

La regolazione permette a un sistema di cambiare in risposta a ciò che accade.

Un corpo vivo non rimane identico.

Respira.

Accelera.

Rallenta.

Digerisce.

Suda.

Trema.

Recupera.

Si adatta.

Si ammala.

Guarisce.

Cambia.

La sua stabilità nasce anche dalla capacità di attraversare continuamente una certa quantità di instabilità.

E allora forse una forma di forza diversa potrebbe essere questa:

non avere bisogno di controllare tutto ciò che accade per riuscire a rimanere in relazione con ciò che accade.

Questa idea mi sembra molto diversa dal corpo come progetto.

E mi fa tornare alla domanda iniziale sulle proteine.


Il corpo che dobbiamo essere

Perché forse il problema non è quello che mangiamo.

È il corpo che immaginiamo di dover costruire attraverso ciò che mangiamo.

Un corpo forte.

Un corpo definito.

Un corpo sano.

Un corpo efficiente.

Un corpo disciplinato.

Un corpo che recupera.

Un corpo che non perde.

Un corpo che non cede.

Un corpo che può continuare.

E allora la domanda diventa:


stiamo nutrendo il nostro corpo o stiamo nutrendo il corpo che pensiamo di dover diventare?


È una differenza enorme.

Il corpo che abbiamo ha fame.

Ha desideri.

Ha stanchezza.

Ha piacere.

Ha bisogno degli altri.

Ha giornate in cui funziona diversamente.

Cambia.

Invecchia.

Si ammala.

Guarisce.

Si trasforma.

Il corpo che dobbiamo essere, invece, è sempre un progetto.

Più forte.

Più definito.

Più efficiente.

Più sano.

Più performante.

E soprattutto non arriva mai davvero.

Perché appena raggiungiamo un obiettivo, ne compare un altro.


E qui il capitalismo incontra il corpo


È a questo punto che il discorso sul corpo incontra quello sul capitalismo.

Non perché esista necessariamente qualcuno che abbia deciso di renderci tutti performanti.

Il rapporto è più complesso.

Il capitalismo moderno si è sviluppato anche attraverso una divisione fra lavoro produttivo e attività necessarie alla riproduzione quotidiana della vita: cura, nutrimento, educazione, gestione della casa, mantenimento delle persone e delle relazioni sociali.

La teoria femminista della riproduzione sociale ha mostrato proprio quanto il lavoro produttivo dipenda da questo enorme insieme di attività spesso invisibili o sottovalutate.

Ma oggi possiamo osservare qualcosa di ulteriore.

La cura del corpo entra sempre più dentro una logica di investimento personale.

Investo nel mio corpo.

Investo nella mia salute.

Investo nel mio sonno.

Investo nella mia alimentazione.

Investo nel mio allenamento.

Investo nel mio recupero.

E non c’è nulla di necessariamente sbagliato nell’investire nella propria salute.

La domanda è cosa succede quando anche la cura deve dimostrare un rendimento.

Quando il riposo deve produrre recupero.

Quando il sonno deve produrre performance.

Quando il cibo deve produrre energia.

Quando l’allenamento deve produrre risultati.

Quando il corpo deve restituire qualcosa dell’investimento che abbiamo fatto su di lui.

A quel punto la cura rischia di diventare un’altra forma di lavoro.


E il patriarcato?


Qui il discorso torna al punto da cui ero partito.

Capitalismo e patriarcato non sono la stessa cosa.

Hanno storie e strutture differenti.

Ma sono stati storicamente intrecciati anche attraverso la divisione sessuale del lavoro, la produzione e la riproduzione della vita, il lavoro di cura e le gerarchie tra ciò che veniva considerato maschile e ciò che veniva considerato femminile.

Il maschile, in molte società patriarcali, è stato associato a forza, autonomia, razionalità, dominio, produzione, controllo.

Il femminile a cura, dipendenza, relazione, ricettività, vulnerabilità.

Non perché queste qualità appartengano naturalmente agli uomini o alle donne.

Ma perché sono state organizzate dentro una gerarchia.

E forse oggi abbiamo fatto un passo importante:

quelle qualità non appartengono più soltanto agli uomini.

Una donna può essere forte.

Può avere muscoli.

Può essere autonoma.

Può essere competitiva.

Può desiderare performance e prestazione.

Un uomo può essere vulnerabile.

Può avere bisogno degli altri.

Può prendersi cura.

Può essere ricettivo.

Può rallentare.

Questo è un cambiamento reale.

Ma c’è una domanda che continua a rimanermi addosso.


Abbiamo davvero superato quella gerarchia oppure abbiamo semplicemente reso quelle qualità disponibili a tutti?


Perché c’è una differenza.

Se il problema era che soltanto gli uomini dovevano essere forti, allora rendere la forza accessibile a tutti è una liberazione.

Ma se il problema era più profondo, se riguardava l’idea che forza, autonomia, controllo e prestazione fossero qualità superiori a vulnerabilità, relazione, ricettività e dipendenza, allora la questione rimane aperta.

Forse abbiamo cambiato chi può essere forte.

Ma non abbiamo ancora deciso se la forza debba continuare a essere la valuta principale del valore.



Forse è questo che mi interessa della proteina.

Non perché la proteina sia maschile.

Non perché mangiare proteine significhi aderire al patriarcato.

Sarebbe assurdo.

Mi interessa perché è diventata una delle parole attraverso cui oggi parliamo di costruzione del corpo.

Proteina.

Muscolo.

Forza.

Recupero.

Performance.

È una piccola parola dentro un sistema molto più grande.

E forse, guardandola da questa prospettiva, posso capire meglio perché la sua presenza mi abbia colpito così tanto.

Perché sembra raccontare un desiderio contemporaneo molto preciso:

costruire un corpo capace di reggere.

Ma reggere cosa?

Un mondo instabile?

Un lavoro sempre più veloce?

Una vita imprevedibile?

L’ansia di non essere abbastanza?

La paura di perdere il controllo?

La necessità di continuare a funzionare?

Forse tutte queste cose insieme.


Una lente diversa: Yoga e Ayurveda

A questo punto mi è venuta in mente la tradizione yogica.

Non perché possiedano la risposta definitiva.

E nemmeno perché dovremmo sostituire la nutrizione contemporanea con l’Ayurveda.

Mi interessa il fatto che cambino la domanda.

Nella dietetica ayurvedica l’alimento viene considerato attraverso qualità e caratteristiche diverse dalla sola composizione quantitativa: rasa, guṇa, vīrya, vipāka, insieme a elementi come agni, costituzione, stagione, luogo e adeguatezza individuale.

Il cibo viene quindi pensato dentro una relazione.

Non esiste soltanto l’alimento.

Esiste l’alimento per quella persona, in quel momento, in quelle condizioni.

Anche agni è interessante proprio per questo: nella fisiologia ayurvedica rappresenta il principio della trasformazione digestiva e metabolica, attraverso il quale ciò che viene assunto viene trasformato e assimilato.

Non voglio utilizzare questa concezione per fare affermazioni sulla fisiologia moderna.

Mi interessa ciò che suggerisce come immagine:

mangiare significa ricevere qualcosa e trasformarlo.

Non semplicemente introdurre una materia prima.


Non tutto deve diventare prestazione

Forse anche qui c’è una differenza.

Nella logica dell’ottimizzazione introduco qualcosa perché produca un risultato.

Mangio proteine per costruire muscolo.

Mangio carboidrati per avere energia.

Mangio fibre per la salute intestinale.

Dormo per recuperare.

Mi alleno per migliorare.

Recupero per poter tornare ad allenarmi.

Tutto può essere corretto.

Ma tutto può anche diventare una catena.

E allora mi interessa un’altra possibilità:

posso nutrirmi senza trasformare ogni gesto di nutrimento in un investimento?

Posso mangiare perché ho fame?

Perché mi piace?

Perché sono con qualcuno?

Perché quel sapore mi ricorda qualcosa?

Perché cucinare per una persona è un gesto d’amore?

Perché semplicemente, per qualche minuto, voglio sedermi e mangiare?



Un principio femminile


Ci sono sere e pomeriggi che mi tornano in mente ogni volta che penso a questo tema.

Momenti di lentezza, di dedizione e di cura per cucinare qualcosa per me stesso o per i miei cari. È avere il piacere di creare e mangiare qualcosa semplicemente per il gusto di farlo. Sapere che quel piatto dona piacere a me stesso o a qualcuno in particolare, sperimentare odori e sapori nuovi, giocare nel mentre…


In quei momenti non penso a niente.


Solo al piacere.


Forse è per questo che il piacere mi sembra un principio diverso da tutto ciò di cui ho parlato fin qui.

Non si costruisce.

Si riceve.

Non si programma.

Si lascia accadere.


E se prima ho scritto che il maschile, in molte società patriarcali, è stato associato a forza, produzione, controllo, e il femminile a cura, relazione, ricettività, allora forse il piacere appartiene proprio a questo secondo campo.

Non perché sia una qualità delle donne più che degli uomini.

Ma perché è un principio che riceve invece di costruire.

Che si lascia attraversare invece di dirigere.

Che misura il valore di un gesto non in quello che produce, ma in quello che fa sentire.


Nella cultura dell'ottimizzazione il piacere diventa spesso l'ultima voce dell'elenco.

Prima la funzione.

Poi, se resta tempo, il piacere.

Come un premio, non come un bisogno.


Ma cosa succederebbe se il piacere non fosse la ricompensa per essersi comportati bene con il proprio corpo, ma un modo diverso di conoscerlo?

Il piacere di un sapore non misura niente.

Non costruisce muscolo.

Non ottimizza il recupero.

Eppure mi restituisce qualcosa che nessun dato potrebbe restituirmi: la sensazione, netta, di essere vivo. Non di stare funzionando bene. Di essere vivo.


Forse il piacere è quella parte di noi che il controllo, da solo, non riesce mai davvero a raggiungere.

E forse è anche per questo che ci mette a disagio.

Perché non si lascia programmare.

Perché non promette risultati.

Perché chiede soltanto di essere lì, mentre qualcosa accade.


I guṇa e la spinta a fare

Qui torna anche qualcosa che appartiene allo Yoga e all’Ayurveda: i tre guṇa, sattva, rajas e tamas.

Sono qualità dinamiche associate alla prakṛti, presenti in combinazione e in proporzioni variabili. Nella tradizione Sāṃkhya-Yoga, sattva è collegato alla lucidità e alla chiarezza, rajas all’azione e al movimento, tamas all’inerzia e alla pesantezza.

Questa distinzione mi interessa soprattutto per una ragione.

Non perché dovremmo dire:


rajas = male,

sattva = bene

tamas = male.


Senza movimento non c’è azione.

Senza struttura non c’è stabilità.

Senza chiarezza non c’è discernimento.


Mi interessa invece osservare una qualità particolare:

la spinta.

Fare.

Costruire.

Migliorare.

Ottenere.

Aumentare.

Raggiungere.

E allora posso chiedermi:

cosa succede quando la spinta a migliorare non incontra mai un momento sufficiente?

Quando allenarsi serve a migliorare.

Migliorare serve a ottenere.

Ottenere serve a sentirsi meglio.

Sentirsi meglio serve a poter fare di più.

E fare di più diventa il punto di partenza per ricominciare.

Forse il problema non è la spinta.

È quando la spinta diventa il clima permanente dell’esistenza.


E forse anche il riposo ci fa paura

Perché una cultura costruita intorno al fare può avere difficoltà con tutto ciò che non produce immediatamente qualcosa.

La lentezza.

L’immobilità.

La dipendenza.

La vulnerabilità.

Il non sapere.

Il non fare.

Persino il semplice stare.

E allora anche il riposo può diventare una prestazione.

Non riposo.

Recupero.

Non dormo.

Ottimizzo il sonno.

Non mi fermo.

Mi rigenero.

Non mangio.

Rifornisco il corpo.

Persino la pausa deve avere una funzione.

Ed è qui che mi accorgo di una cosa.

Forse stiamo cercando di liberarci da una certa idea di forza, ma continuiamo ad avere paura di ciò che quella forza cercava di tenere lontano:

la vulnerabilità.

L’incertezza.

Il bisogno.

Il cambiamento.

Il non controllo.


La forza di lasciarsi modificare

Forse è questa la forma di forza che mi interessa oggi.

Non la forza che domina.

Non la forza che controlla tutto.

Non la forza che non ha bisogno di nessuno.

Ma una forza capace di lasciarsi modificare senza disintegrarsi.

Una forza che può incontrare ciò che non aveva previsto.

Una forza che può cambiare direzione.

Una forza che può chiedere aiuto.

Una forza che può fermarsi.

Una forza che può essere vulnerabile senza per questo diventare impotente.

Forse questa è una forza meno spettacolare.

Non si misura facilmente.

Non entra altrettanto bene in una pubblicità.

Non può essere riassunta in un numero.

Non si può mettere su una confezione con la scritta “high strength”.


Anche lo Yoga parla di misura

C’è un passaggio della Bhagavad Gītā che, in questo contesto, trovo particolarmente interessante.

Nel sesto capitolo, parlando dello yoga, il testo mette in relazione la pratica con una certa misura nel mangiare, nel dormire, nell’attività e nella veglia.

Lo yoga non viene associato all’eccesso né alla privazione estrema, ma a una condizione di equilibrio e adeguatezza della vita quotidiana.

È interessante perché cambia completamente la domanda.

La cultura dell’ottimizzazione tende a chiedere:

come posso ottenere di più dal mio corpo?

Qui la domanda può diventare:

come posso trovare una misura che mi permetta di vivere e praticare senza trasformare tutto in eccesso?

Non è una dieta.

Non è un programma di allenamento.

È un’altra idea del rapporto con il corpo.

E forse anche del rapporto con il limite.


Il limite che non possiamo eliminare


Forse è proprio questo il punto che continua a tornarmi in mente.

Abbiamo strumenti sempre più sofisticati per controllare il corpo.

Possiamo misurare quasi tutto.

Possiamo monitorare.

Confrontare.

Correggere.

Ottimizzare.

E contemporaneamente viviamo in un corpo che continua a ricordarci che non tutto può essere controllato.

Possiamo allenare i muscoli.

Ma non possiamo decidere esattamente come invecchieremo.

Possiamo controllare la dieta.

Ma non possiamo controllare completamente la malattia.

Possiamo monitorare il sonno.

Ma non possiamo ordinare al corpo di guarire secondo i nostri tempi.

Possiamo cercare di mangiare perfettamente.

Ma non possiamo trasformare il corpo in una macchina perfetta.

Forse la maturità non consiste nel controllare meglio.

Forse, almeno in parte, consiste nel diventare più capaci di stare dentro ciò che non possiamo controllare.


Quanta proteina ci serve per sentirci abbastanza?


Alla fine torno alla domanda iniziale.

Perché c’è tutta questa smania di proteine?

Forse perché la proteina si adatta perfettamente a un immaginario che conosciamo bene.

Costruire.

Rafforzare.

Definire.

Controllare.

Recuperare.

Performare.

Produrre.

Ma forse la cosa che mi interessa davvero non è quanta proteina stiamo mangiando.

È che idea di corpo stiamo nutrendo mentre la mangiamo.

Un corpo che deve essere forte?

Un corpo che deve funzionare?

Un corpo che deve essere controllabile?

Un corpo che deve essere sempre pronto?

Un corpo che non deve avere bisogno?

Un corpo che deve dimostrare qualcosa?

Oppure un corpo che possiamo anche semplicemente abitare?

Forse abbiamo passato molto tempo a cercare di far uscire dalla porta una certa idea di maschile.

E forse era necessario.

Ma mi chiedo se alcune sue qualità non stiano rientrando dalla finestra.

Con nomi nuovi.

Con strumenti nuovi.

Con prodotti nuovi.

Con un linguaggio molto più gentile.

Salute.

Benessere.

Self-care.

Empowerment.

Performance.

Consapevolezza.

E forse la domanda non è se dobbiamo smettere di essere forti.

È capire che cosa intendiamo davvero quando diciamo forza.

Perché forse c’è una forza che nasce dal bisogno di controllare tutto ciò che può farci paura.

E ce n’è un’altra che nasce dalla capacità di incontrare ciò che non possiamo controllare.

Una costruisce corazze.

L’altra costruisce capacità di adattamento.

Una cerca di eliminare l’incertezza.

L’altra impara a starci dentro.

Una ha bisogno che il corpo non cambi.

L’altra sa che il corpo cambierà.

E forse, allora, anche il nutrimento può diventare una domanda diversa.

Non soltanto:

“Quante proteine mi servono?”

Ma:

“Che cosa sto cercando di costruire dentro di me quando mangio?”

Forse il muscolo.

Forse la performance.

Forse il controllo.

Forse la sicurezza.

Forse il bisogno di sentirmi abbastanza.


O forse, semplicemente, una parte di me che aveva fame.

Manuel Lombardi

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